Archivio per novembre, 2010

15 – AKHENATEN, IL “MAAT” E L’ORDINE COSMICO.

Posted in ARMONIA, ASTRONOMIA, EVOLUZIONE, MISURA E GIUSTIZIA, PREGIUDIZI MILLENARI, RELIGIONE, STORIA, TESTIMONIANZE, TUTTE LE CATEGORIE, VERITA' RISCOPERTA with tags , , , , , , , , , , , , , on novembre 29, 2010 by beautiful41

Ogni tanto un pò di numeri che “non contano”. Allacciatevi le cinture e tenetevi forti. Sembra che, dopo Cleopatra, il regnante dell’antico Egitto di cui si è parlato di più sia stato Akhenaten (detto anche Akhenaton), faraone  della XVIII^ dinastia. vissuto come tale verso il 1350 A.C. Le statue rappresentanti la sua figura mostrano fisicamente un uomo quasi deforme, con un viso eccesivamente oblungo e dei fianchi e cosce dai rigonfiamenti femminili. Ciò ha fatto sorgere il sospetto che fosse malato nella mente e nel fisico e molti archeologi si sono soffermati sulle sue presunte patologie, mettendole in relazione con le riforme rivoluzionarie da lui avviate nel paese. Akhenaten era il marito della bellissima Nefertiti, il cui busto facciale è conservato in un museo di Berlino.

Di Akhenaten si è detto di tutto e di più. Oltre alle sue vere o presunte patologie di impotenza e di sessualità distorta o di degenerazione totale, si è detto che la sua più importante riforma sia stata quella di aver avviato o iniziato il monoteismo, il credo in un Dio unico, in opposizione al politeismo normalmente praticato ai suoi tempi. Si è detto che questo monoteismo venisse rappresentato dall’adorazione del Dio Sole o del Sole. Al di là di una sterminata critica storiografica, e di numerose teorie originate dalla sua persona e dal suo operato, cerchiamo invece di raccontare i semplici e soli fatti relativi a quest’uomo.

Akhenaten prima di diventare faraone si chiamava Amenofi IV.  Cambiò il suo nome in Akhenaten in omaggio alla parola Aten (o Aton) che già dall’antichità a lui anteriore di migliaia di anni significava il Sole ed era rappresentato da Ra, il dio Sole. Contro la volontà dei notabili e dei “sacerdoti” dei suoi tempi, Akhenaten, una volta asceso alla carica suprema, in sostituzione della capitale d’Egitto che era Tebe, avviò la costruzione di una nuoca capitale, Akhet-Aten, “orizzonte di Aten” o “orizzonte del Sole”, esattamente al centro dell’Egitto, in una località che oggi si chiama El Amarna o Tel El Amarna. Migliaia di anni prima di Akhenaten, un pò come l’antichità greca, o più, è rispetto a noi, la configurazione dell’Egitto fu scelta e decisa perchè l’Egitto doveva essere una rappresentazione del cielo, o del Cosmo, sulla Terra, in base al noto principio “come sopra così sotto”.

Quando furono definiti i confini dell’Egitto l’inclinazione dell’asse terrestre sull’eclittica era di 24° 00′. Oggi tale inclinazione è di 23° 27′. Pertanto il confine meridionale dell’Egitto fu stabilito a rappresentare questa inclinazione alla latitudine di 24° 00′ Nord che corrispondeva al bordo superiore della prima cataratta del Nilo. Il confine settentrionale fu scelto alla latitudine di 31° 30′ Nord, sede della capitale predinastica dell’Egitto, cioè Behdet (oggi forse sotto le sabbie della costa o sott’acqua).  L’estensione dell’Egitto quindi era di 7° 30′ cioè 1/12mo dell’angolo meridiano fra l’equatore ed il polo (90°/12 = 7,5), includendo anche la larghezza della fascia zodiacale della calotta celeste settentrionale, per l’appunto di 7°00′, aumentata di 00° 30′ che è il diametro del Sole. In pratica il confine meridionale dell’Egitto corrispondeva alla latitudine del Tropico del Cancro ove il Sole raggiungeva lo Zenith una volta all’anno, al solstizio d’estate. La fascia zodiacale che era considerata la zona viva ed abitata del cielo ove si svolgevano le “corse” dei pianeti , Luna e Sole, oltre la quale c’era l’eremo espanso cosmico, era quindi rappresentata dall’Egitto oltre il quale (24 + 7 = 31) iniziava  corrispondentemente l’espanso vuoto del Mare Mediterraneo.

La nuova capitale di Akhet-Aten  fu costruita alla latitudine di 27° 45′ Nord, esattamente a metà strada fra il confine settentrionale di Behdet a 31° 30′ Nord ed il confine meridionale a 24° 00′ Nord perchè Akhenaten, richiamandosi ad un concetto di giustizia, verità, centralità, armonia (io aggiungerei amore nel senso di saggezza cosmica) della vita e dello stesso Egitto secondo l’ordine cosmico, il “Maat” o “Maet”, concetto che è un pò stato il cuore della concezione della vita durante tutta la plurimillenaria civiltà egiziana, e che lo stesso Akhenaten ha lasciato per iscritto su tanti geroglifici per tutti da leggere, riteneva giusto materializzare visivamente questo concetto di centralità, giustizia e verità con la costruzione della capitale “al centro” dello stesso Egitto.

Non contento di ciò, Akhenaten fece erigere alla periferia della nuova capitale tante stele gigantesche con delle grandi iscrizioni. Queste iscrizioni, ripetute, oltre che sulle stesse stele, anche su rocce di collina in periferia, compongono un testo sostanzialmente identico e trovato su 14 di tali stele finora rinvenute. Queste iscrizioni proclamano al mondo intero quella che era l’idea portante e conduttrice di tutto l’operato di Akhenaten, sopra descritto, enfatizzando inoltre il posizionamento di due pilastri di confine, uno a nord della capitale ed uno a sud di essa ad una distanza di “””6 ATUR, 3/4 KHE, 4 CUBITI””” l’uno dall’altro. Questa menzione di numeri così precisi e dettagliati in riferimento ad una grande distanza, e ripetuti tante volte, avrebbe dovuto essere causa di studio ed investigazione, o semplice curiosità, da parte degli archeologi. Ma nessuno di essi si è mai curato di discernerne il significato dato che, come abbiamo visto nei precedenti articoli, i numeri dell’antichità “non contano”.

L’estensione dell’Egitto, fra 24° 00′ Nord e 31° 30′ Nord, 7,5 gradi pari a (7,5 x 60) 450 primi di arco terrestri, era per tradizione composta di 1.800.000  CUBITI GEOGRAFICI oppure di 106 ATUR. Costruendo la capitale esattamente al centro dell’Egito al fine di conformarsi alla concezione del “Maat”, o ordine cosmico, perchè l’Egitto doveva duplicare o rappresentare o essere una copia di questo ordine cosmico ed universale, Akhenaten lasciò 50 ATUR tra il pilastro di confine a nord della nuova capitale ed il confine settentrionale dell’ìEgitto a Behdet a 31° 30′ Nord. E lasciò 50 ATUR tra il pilastro di confine a sud della nuova capitale ed il confine meridionale del Tropico del Cancro a 24°  00′ Nord. Un ATUR era considerato 17.000 cubiti geografici cioè 7848,73 metri.

I rimanenti 6 ATUR,  per arrivare all’estensione totale di 106 ATUR dell’Egitto, rimasero a marcare la lunghezza del distretto di Akhet-Aten, compreso fra i due pilastri, distretto che però fu aumentato di “”3/4 di KHE e 4 CUBITI”” per conformarsi all’ordine cosmico. Il KHE era la misura di uno stadio di 184,68 metri o 400 cubiti geografici, mentre un CUBITO GEOGRAFICO corrispondeva a 0,46169 metri. L’incremento di Akhenaten quindi fu di 3/4 di Khe, cioè 300 cubiti geografici, più 4 altri cubiti, il tutto quindi uguale a 304 cubiti geografici pari a (304 x 0,46169) 140,4 metri. Una aggiunta quindi di circa 140 metri su una distanza di 47.092,4 metri rappresentati dai 6 Atur e che porta il totale di questo distretto a 47.232,8 metri fra i due pilastri di confine. Perchè tutto questo????

Il Cosmo è bello, ci affascina, e guardandolo e misurandolo da tanto lontano ci sembra ed è perfetto. I suoi movimenti sono perfetti. La sua anima e le sue armonie sono perfette. Le sue cosmometrie sono perfette. Insomma il Cosmo è la perfezione tangibile e l’aspirazione dell’umana esistenza. Con questo sentimento di ammirazione per questa perfezione quando rivolgiamo gli occhi alla Terra e cerchiamo di replicarne o duplicarne la perfezione secondo il concetto “Come sopra così sotto” cominciamo ad andare in difficoltà. Vediamo la bruttezza invece della bellezza. Gli uomini, per me che sono maschio, sono tutti brutti, i loro pensieri e le loro facce da cretini quasi sempre sono rivoltanti. Ci salva solo di tanto in tanto l’apparizione di una Monna Lisa che ci dà una boccata di ossigeno per farci respirare prima di essere rigettati di nuovo sott’acqua.

Con la Terra è la stessa cosa. Vista da lontano sembra bella e sferica e rotonda, ma non è così. Come un pallone sgonfio e deforme dai calci subiti, la Terra è lontana dall’essere sferica. Ha varie protuberanze. E’ schiacciata ai poli ma non è neanche un ellissoide per cui oggi lo si chiama geoide, ma un geoide senza nessuna forma geometrica precisa. La circonferenza equatoriale è 40.076.000 metri mentre la circonferenza polare o meridiana è 40.009.000 metri con una differenza quindi di circa 70 chilometri.

Le unità di misura ricavate dalle dimensioni della Terra perciò si sono sempre riferite all’arco meridiano fra l’equatore ed il polo, nell’antichità prendendo in considerazione la misura angolare di quest’arco, gradi, primi e secondi, sulla superficie terrestre, mentre in tempi moderni, col sistema metrico decimale, prendendo in considerazione solo la lunghezza dello stesso arco. Ciò perchè un primo di latitudine all’equatore è 1842,9 metri. A 30° di latitudine è 1847,5 metri. A 45° è 1852,2 metri. A 60° è 1856,9 metri. Al polo è 1861,5 metri. Per aggirare questo ostacolo noi oggi adottiamo il primo di arco medio, relativo a 45° di latitudine, di 1852 metri valevole per tutta la Terra, anche se sappiamo che ciò comporta un errore quando siamo in latitudini diverse.

Per una maggiore aderenza alla realtà gli antichi, quando delinearono il piano dell’Egitto, scelsero di riferirsi alla latitudine media dell’Egitto stesso, cioè 27° 45′, la latitudine di Akhet-Aten, dove un primo di latittudine era ed è 1846,76 metri o 4000 cubiti geografici. Questa fu l’origine della lunghezza del CUBITO GEOGRAFICO (1846,76 diviso 4000 = 0,46169 metri = 1 cubito).  L’estensione dell’Egitto era 7° 30′ pari a 450 primi per cui la lunghezza di questa estensione era 450 x 4000 di questi cubiti = 1.800.000 CUBITI GEOGRAFICI pari a 831.042 metri (1.800.000 x 0,46169). Poichè l’estensione del distretto di Akhet-Aten era 6 ATUR senza l’aggiunta, essa era in misura angolare di 0° 25′ 30″ (102.000 cubiti Diviso 4000, oppure 47.092,4 diviso 1846,76 metri). Con l’aggiunta dei 3/4 di KHE e 4 CUBTI la stessa estensione di 25′ 30″ o 25′,5 di  Akhet-Aten fu incrementata a 102.304 cubiti o 47.232,8 metri portando la lunghezza di un primo “cosmico”, valevole di media per tutta la Terra, a 1852,2 metri (47.232,8 diviso 25,5).

Il primo di latitudine di 1852,2 metri alla latitudine di 45°, che solo i moderni satelliti oggi ci hanno confermato, e che viene usato come primo di arco di media generale sulla superficie terrestre composta in realtà di tanti primi di lunghezza diversa a causa della sua deformità, è in pratica il primo di circonferenza unico per tutta la Terra e a tutte le latitudini, una Terra sollevata quindi dalla sua deformità per essere considerata sferica e perfetta  in rispondenza alla concezione del “Maat” ed all’ordine cosmico di duplicare la perfezione del Cosmo sulla Terra ed in Egitto, una concezione che era conosciuta agli antichi di Akhenaten ed ai quali egli voleva ispirarsi con il cubito,  relativo ad una perfetta sfera terrestre, di 0,463 metri (1852 diviso 4000)..

La costruzione della nuova capitale Akhet-Aten era pertanto doppiamente rappresentativa del “Maat” del quale il Faraone era sempre stato per tradizione il supremo difensore ed il più importante suo rappresentante. Era al centro dell’Egitto e dell’Egitto cosmico e nel punto geodetico ove era basata la lunghezza del cubito geografico locale e centrato alla latitudine di 27° 45′ Nord. Questo cubito geografico era per Akhenaten, ed anche per noi oggi, della massima importanza perchè da questo cubito discesero tutte le misure dell’antichità, come descritto al n. 23. E la nuova estensione del distretto di Akhet-Aten ricordava a tutto il mondo che esisteva un altro cubito, di 0,463 metri, un poco più grande del cubito geografico, ancora più importante e riferito a tutta la Terra, resa sferica e perfetta secondo la concezione del “Maat” e del “Come sopra così sotto”, perchè la Misura e la giusta Misura era fondamentale per realizzare i profondi concetti di Giustizia, Verità, Amore, Armonia del “Maat”.

Non si costruisce una nuova capitale per semplice vanagloria o stupidaggini come l’adorazione del Sole, o l’adorazione degli dei, o per il monoteismo, attribuiti ad Akhenaten. C’erano tante buone ragioni di grande importanza, come abbiamo visto, ieri e ancora oggi. Senza Akhenaten e la sua nuova capitale avremmo perso, a distanza di tanti millenni, una valida testimonianza sull’origine della misura e della Civiltà che, alla latitudine di 27° 45′ di Akhet-Aten, col cubito di 0,46169 metri all’origine di tutte le misure dell’antichità, collegava la Terra con il Cosmo.

Ma l’Egitto già da lungo tempo, con il cubito reale, basato su un sistema di misure settenario,  si era già avviato, con  questo sistema settenario invece che sessagesimale, verso la “modernità”, allontanandosì così dalla concezione del “Maat”, ed ormai non si poteva più tornare indietro. Il sistema settenario poi gradualmente porterà alla degenerazione delle misure ed alla babele dei piedi e cubiti fino a che il sistema metrico decimale inaugurò una nuova concezione della misura. Fu così che Akhenaten fu costretto ad abdicare ed a scappare e di lui non abbiamo saputo più niente, oltre alle tante leggende e teorie sulla sua esistenza.

Per concludere questo articolo, lungo più del solito, mi sembra però doveroso rigettare l’idea propagata, non solo con Akhenaten, che la religione egiziana fosse politeista. Se lo era, lo era alla stessa stregua con cui il mondo cristiano cattolico oggi venera la sterminata schiera di santi. Perchè fin dalle sue origini questa antica e nobile civiltà credeva in un Dio unico, immortale, omnisciente, onnipotente, invisibile, autogenerato, autoesistente, inscrutabile, origine del tutto ed Akhenaten anche in questo voleva solo ripristinare ciò che si stava dimenticando. Da Akhenaten ci sarebbero altri insegnamenti da ricavare ma li rimandiamo ad un’altra occasione.

Per una maggiore comprensione vedi il n. 23 sull’origine della misura e l’origine delle mitiche misure oltre PIEDI e CUBTI come ARTABA, STADIA, PINTA, SHEQEL, QEDET, CUBITO REALE, PIEDE E CUBITO ROMANO, TALENTO.

Vedi anche n, 33 “I fiori, i confini dell’Egitto e l’Intelligenza Divina” per i confini orientale e occidentale dell’Egitto.

14 – GIUSEPPE GARIBALDI. ILLUSTRE SCONOSCIUTO.

Posted in ASTRONOMIA, RIFLESSIONI, SPIRITUALITA', STORIA, TESTIMONIANZE, TUTTE LE CATEGORIE with tags , , , , , , , , on novembre 26, 2010 by beautiful41

In un momento storico nel quale l’uomo sembra governato solo dal denaro e dal comodo e confortevole materialismo, comodo e confortevole materialismo che lo stordisce continuamente strillandogli nelle orecchie che egli  è solo un pò di molecole varie di materia messe insieme in un Universo dove non conta niente, al punto che si ridicolizzano le religioni per quanto di spirituale ci possa essere nei loro messaggi o ci si inchina alle forze aride dell’ateismo o ci si culla nell’illusione del laicismo come se il corpo non avesse niente a che fare con l’anima, vale la pena di raccontare la spiritualità di quest’uomo, spiritualità senza la quale, senza fermamente credere in valori immateriali, nessuna importante meta si riuscirà  mai a raggiungere.

Garibaldi era un marinaio mercantile, nel più nobile significato che questa parola di marinaio può esprimere. Sul mare forgiò il suo carattere, dal mare attinse la sua forza, sul mare allenò la sua mente ed alimentò il suo spirito indomabile. Cominciò sulla “tartana” del padre durante l’adolescenza, con viaggi di piccolo cabotaggio fra Nizza, Genova, Marsiglia e Roma. Proseguì poi ufficialmente su vari bastimenti altrui, “brigantini”, cioè velieri lunghi circa 40 metri ed a due o tre alberi, dal Gennaio del 1823 fino al 1827 effettuando viaggi principalmente per il mar Nero e la Turchia e Tunisia ed una volta fuori dallo Stretto di Gibilterra, in Atlantico. Riuscì ad ottenere durante questo periodo il Certificato di Capitano di Seconda Classe (otterrà quello di Prima classe dopo il 1855) e nel 1828 imbarcò per la prima volta come “scrivano”, o secondo di bordo, su un brigantino che fu assalito da pirati che derubarono l’equipaggio di tutti i loro averi che a quei tempi venivano chiamati “paccottiglie”. A quei tempi anche il proprio giaciglio o materassino doveva essere fornito dall’interessato.

Il brigantino riuscì a raggiungere la Crimea per caricare grano ma al ritorno Garibaldi si ammalò e dovette sbarcare a Costantinopoli ove dopo essere guarito, per sopravvivere, dovette arrangiarsi con vari mestieri fra cui l’insegnante di italiano. Passò parecchio tempo in Turchia, arrangiandosi, prima di arrivare a Genova solo nel 1832. Dopo un altro imbarco in qualità di “scrivano”, o secondo di bordo, su un altro brigantino, Garibaldi nel 1833 si arruola per il servizio militare in marina.

Lo “scrivano” era un pò il braccio destro del capitano ed apriva la strada che poi lo avrebbe condotto ad assumere il supremo grado quando si fosse conquistata la fiducia del proprietario del bastimento e la fiducia dei capitani che ne giudicavano l’operato. Lo “scrivano” era quello che oggi si chiama Primo Ufficiale oppure Comandante in Seconda sulle navi passeggeri. Poichè la schiera di ufficiali non esisteva ancora, non esisteva neanche la parola “comandante”. Esisteva solo il capitano aiutato dal suo “scrivano” La qualifica di “scrivano” permetteva l’ingresso nella parte cerebrale della spedizione marittima. Lo “scrivano” scriveva il giornale di bordo, o il “logbook”  come lo chiamano gli inglesi, giorno per giorno, su cui si annotavano, come su un diario, tutti gli avvenimenti di bordo.

Lo “scrivano” oltre a scrivere sul giornale di bordo, effettuava, col sestante, assieme al capitano, osservazioni astronomiche,  a quei tempi ancora molto, anche se non esclusivamente, basate sulla Luna per il calcolo della longitudine. Era un periodo di transizione per il calcolo della longitudine essendo da poco stato inventato il cronometro marino di cui non tutti i velieri erano forniti. Era importante che queste osservazioni e calcoli fossero quanto più precisi possibile  dato che era in gioco la conoscenza della posizione del veliero, da cui poteva dipendere la vita o la morte di tutti. E spesso ciò si svolgeva con mare ventoso e tempestoso, su onde che in oceano sembravano delle vere e proprie montagne data la piccola altezza e le dimensioni del veliero..

Lo “scrivano”, essendo il braccio destro del capitano, si interessava anche delle provviste di bordo con il loro mantenimento, razionamento e consumo dato che spesso la vita dell’equipaggio dipendeva dalla buona o cattiva riuscita di questa occupazione, incluso quella relativa all’acqua potabile. Lo scorbuto era sempre in agguato dato che non esistevano i “frigoriferi” e la frutta e verdure fresche, apportatrici delle importanti vitamine, dopo pochi giorni o qualche settimana, finivano o marcivano. E i viaggi spesso duravano mesi. Ci si affidava, nei lunghi periodi, al formaggio, alle gallette, alla carne o pesce salati e affumicati, dato che lo scatolame non era stato ancora inventato. Nonostante ciò tantissimi sono stati i marinai di tutte le bandiere che sono morti e “seppelliti” in mare e per i quali lo “scrivano” doveva curarne la forma oltre che a redigere gli atti di morte che poi venivano inoltrati ai comuni di residenza. Rare volte per la verità si avevano anche delle nascite per le quali lo “scrivano” redigeva l’atto di nascita.

Lo “scrivano”  si interessava ed imparava anche la parte commerciale della spedizione che era la ragione ed il motivo dell’esistenza stessa del trasporto marittimo. Senza mezzi di comunicazione di qualsiasi tipo con la madre patria e con il proprietario del veliero, il capitano doveva anche essere un vero e proprio commerciante, comprando le merci nel porto di caricazione e rivendendole alla destinazione finale, con la conoscenza del mondo bancario, creditizio e contrattuale, al fine di pagarsi le spese del viaggio ed inviando o portando al proprietario del veliero l’eventuale utile. Pare che Garibaldi, che era un leone idealista, non fosse tanto portato per il lato commerciale della spedizione. tant’è che al comando di un veliero  con un carico di guano dal Perù alla Cina ci rimise molti soldi. E d’altronde sappiamo che visse sempre in bolletta.

La qualifica di “scrivano” quindi era una palestra formativa di un esercizio mentale di previsioni continue. Oggi diremmo prevenire. Quanto più si riusciva a prevedere quello che sarebbe successo in vari settori nel prossimo futuro, tanto più si era in grado di adottare degli accorgimenti atti ad evitare la catastrofe, e tanto più quindi si era in grado di uscire vittoriosi da qualsiasi impresa. Lo “scrivano” prima ed il capitano del veliero poi erano in pratica degli esseri nudi e soli nelle immensità della natura e degli oceani, forniti solo della loro conoscenza, esperienza, fede, volontà e determinazione per evitare la morte che aleggiava continuamente davanti alle prore dei loro velieri. La lezione che essi inconsapevolmente assimilavano era quella di non arrendersi mai, o, quando sconfitti, quella di approntarsi ad una nuova lotta per la riuscita dell’impresa.

P.S. Una curiosità per gli appassionati. Origine del significato di “nodi” riferito alle velocità in mare. Lo “scrivano” determinava anche la velocità del veliero a mezzo della “barchetta”, un settore circolare di legno, di raggio 20 cm., con apertura di 90°, al quale era connessa una corda terminante in tre diramazioni fissate ai tre angoli del settore. La corda era lunga circa 300 metri ed era avvolta su un tamburo a mano  Dopo una prima parte, detta “morta”, di circa 30 metri, la corda era marcata da tanti “nodi” intervallati sulla stessa corda ogni 15,43 metri. L’inizio di tale graduazione sulla corda era marcato da un pezzetto di stoffa. Lo “scrivano”, con un aiutante, fornito di una clessidra già tarata per 30 secondi di tempo e di sabbia, gettava in mare dalla poppa del veliero la “barchetta” filando la corda e, al passaggio del pezzetto di stoffa, dava il via al capovolgimento della clessidra per l’inizio della conta dei secondi. Al termine della clessidra e dei trenta secondi bastava contare quanti “nodi” sulla corda erano stati filati e quella era la velocità del veliero in “nodi” o miglia marine all’ora. Perchè 30 secondi sono la 120ma parte di una ora così come 15,43 metri sono la 120ma parte di un miglio marino di 1852 metri.

Questa fu la scuola di Garibaldi. Quello che fece in Sud America ed in Italia fu solo la conseguenza del suo spirito di libertà e di combattente che acquisì durante le sue esperienze di marinaio. E fu forse per questo motivo che il suo più grande ed inaspettato riconoscimento lo ricevette a Londra nel 1864 dove, superando la più grande ovazione di popolo ricevuta in patria solo a Napoli, una folla sterminata, poveri e ricchi, nobili e plebei, intellettuali ed operai, principi e lustrascarpe, invase le strade della città salutando ed omaggiando questo splendido straniero che, oltre tutto, aveva arricchito l’Europa tutta di una forza spirituale che è la sola a poter muovere imperi e nazioni e mondi interi. E tutto questo Garibaldi lo raggiunse, come disse un cittadino inglese, con sì e no 100 sterline in tasca.

E noi adesso, senza spiritualità, solo con l’istinto dello stomaco, della cupidigia e dell’avarizia, di  tutto ciò non vogliamo neanche sentir parlare, anzi ce ne vergognamo, presi come siamo ad usare la Ragione fatta solo di parole e di bla-bla-bla-bla.

Ma, per tutti quelli che, ancora oggi, si vergognano di lui, vale forse la pena di rispondere citando le stesse parole che Garibaldi scrisse alla moglie Anita in un momento di sconforto, nel 1849:

“””Tu donna forte e generosa, con che disprezzo guarderai questa ermafrodita generazione di italiani: questi miei paesani  ch’io ho cercato di nobilitare tante volte e che sì poco lo meritavano!!  E’ vero: il tradimento ha paralizzato ogni slancio coraggioso; ma comunque sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno dello straniero di ogni contrada. Io sono veramente sdegnato di appartenere ad una famiglia che conta tanti codardi…”””.

A difesa di quelli che oggi rivendicano la propria “territorialità” si può dire però che Giuseppe Garibaldi non era un italiano come tutti gli altri. Giuseppe Garibaldi era un marinaio mercantile e come tale aveva una mentalità cosmopolita derivante dal suo vivere sul mare che accomuna i paesi di tutto il mondo. Per una tale mentalità cosmopolita, e non avendo interessi di campanile sulla terra ferma da difendere, appare logico considerare l’Italia come un solo Paese, dalle Alpi in giù, anche perchè le Alpi sono il confine naturale del Paese e storicamente fu per difendere tali confini naturali che le legioni romane si muovevano da Roma per dare battaglia a chi, travalicandole, invadeva la pianura padana.

13 – FREE TRADE

Posted in ECONOMIA E POLITICA, FOLLIE, MISURA E GIUSTIZIA, RIFLESSIONI, STORIA, TUTTE LE CATEGORIE with tags , , , , , , on novembre 24, 2010 by beautiful41

Libero commercio. Come per il mercato, anche il commercio è antico quanto l’uomo. Nell’antichità e nel passato si è sempre commerciato da luoghi anche lontanissimi per procacciarsi prodotti introvabili nelle proprie aree di residenza. Basti pensare al commercio dell’avorio, dell’oro, delle spezie, della seta, della lana, del carbone, del sale, del grano, del cotone, e tanto altro. Ma si è trattato sempre e solo di commercio. Si trattava cioè di prodotti di paesi anche lontani che accedevano ad un qualsiasi mercato per essere venduti dopo aver pagato i “dazi” o diritti doganali previsti da quel paese per il suo mercato.

Una volta acquisito il “free”, “libero”, come aggettivo, seguendo quanto occorso e descritto per il “libero mercato”, il commercio divenne “libero commercio” e si sentì autorizzato a fare quello che non era mai stato fatto nella storia e cioè la movimentazione di grandi capitali per lo spostamento dei centri produttivi manufatturieri dalle nazioni occidentali originali ai paesi a costo zero o quasi zero. La ricchezza storica dell’occidente, la capacità imprenditoriale ed il lavoro manufatturiero di trasformazione delle materie prime in prodotti industriali finiti, abbandonò il suolo natio e prese la strada dell’oriente.

Una insperata manna fatta di capitali ed esperienza piovve sui paesi orientali che in pochi anni decuplicarono o centuplicarono questa ricchezza con la produzione e la vendita in tutto il mondo di una vasta gamma di prodotti manufatti industriali dai prezzi imbattibili. Assieme a questi paesi, i detentori del capitale occidentale investito in queste imprese moltiplicarono a dismisura i loro utili molti dei quali andarono ad incrementare l’arricchimento di un terzo elemento di questa enorme crescita, e cioè i paradisi fiscali.

Ed i paesi occidentali??? I paesi occidentali rimasero a guardare senza ricavarne un centesimo di euro. Anzi rimettendoci con l’impoverimento produttivo dovuto alla progressiva chiusura delle fabbriche manufatturiere rimaste perchè tagliate fuori da una impossibile “competizione”. Tale impoverimento, che continua ai giorni nostri e nessuno sa come finirà, producendo sempre minor ricchezza produce anche sempre minori entrate fiscali andando pertanto a destabilizzare i singoli Stati o Nazioni vincolati a tante spese a cui naturalmente non possono più far fronte. Questi danni sono stati poi ingigantiti dalla crisi finanziaria dovuta a pura follia perchè dovuta a tre falsi “paradigmi”: la crescita infinita, la razionalità dell’uomo e la razionalità del libero mercaIo, i quali, essendo per l’appunto dei falsi, hanno decretato il collasso della finanza.

Ricapitolando, da quest’avventura del libero commercio globale abbiamo tre grandi vincitori, detentori di quasi tutta la ricchezza monetaria globale più quello che i paesi indebitati gli dovranno dare, potentissimi e con i quali bisogna misurarsi, e cioè 1) i nuovi paesi manufatturieri orientali, 2) I detentori occidentali del capitale che ha diretto questa giostra, 3) i paradisi fiscali. Ed abbiamo un grande perdente che è il complesso dei paesi liberi e democratici occidentali che tutti, tranne qualcuno come la Germania sempre perfetta e restia a fare debiti, nella loro cecità e rilassatezza, con tanto di sorrisi assurdi sulle facce dei loro rappresentanti, si sono lasciati infinocchiare grazie ad un loro distorto pensiero culturale come descritto dall’inizio di questo blog.

I fautori del libero commercio e libero mercato globale e planetario dicono che in un tale sistema quelli che perdono il lavoro si devono industriare o “riciclare” per adattarsi a nuovi orizzonti ed a nuovi tipi di lavoro magari da inventare. Ma questa è solo follia di chi parla senza cognizione di Ragione. Per imparare un mestiere ci vuole una vita e la vita è solo una.  Ed in quest’avventura la cosa che più colpisce non è tanto l’enorme danno materiale e tangibile in cui si è trovato coinvolto l’uomo occidentale, danno che, come quando c’è un terremoto, si  può sempre affrontare e risolvere, quanto l’impossibilità di cambiare il cervello di quest’uomo dall’oggi al domani quando per secoli la sua strada è stata oscurata da tanti falsi “paradigmi”.

Ma cambiare si può e si deve. Ed il cammino di mille miglia comincia con un passo.

12 – FREE MARKET

Posted in ECONOMIA E POLITICA, FOLLIE, MISURA E GIUSTIZIA, RIFLESSIONI, STORIA, TUTTE LE CATEGORIE with tags , , , , , on novembre 23, 2010 by beautiful41

Il mercato esiste da sempre, fin da quando l’Uomo ha cercato di approvvigionarsi di tutto ciò di cui aveva bisogno per cibarsi e per vivere secondo le sue necessità. Il mercato però ha sempre avuto un carattere locale. Il più comune e noto è il mercato dei prodotti agricoli che si svolge giornalmente o settimanalmente un pò dappertutto. Fra i più belli e caratteristici ancora oggi forse è il mercato dei tanti paesi dell’Africa ove si radunano, provenienti dai terreni circostanti, lontani anche chilometri, come delle figure stilizzate da grandi pittori del Rinascimento, coi vari prodotti trasportati in appositi cesti sulle loro teste, periodicamente le donne africane coi loro lunghi abiti dai colori sgargianti e coi loro pargoletti lattanti legati in un foulard sulla schiena , e dove si vendono, o si barattano con altri, tali prodotti che sono tanti e vanno dalle banane alle arance, dalla verdura alle patate, dal cotone ai tessuti, dal sapone ai sandali, eccetera.

L’idea del mercato è stata originariamente quindi quella di creare un luogo dove trovare dei prodotti non reperibili sul proprio terreno di residenza e dove la “competizione” vi giocava un ruolo più che marginale dato che i mercati erano all’interno delle singole nazioni ciascuna con il suo livello standard di vita. Nel tempo si è perciò sempre parlato di solo e semplice mercato. Tant’è che nel 1957 i paesi fondatoru dell’Europa Unita, visto il loro più o meno simile livello di sviluppo, decisero di unirsi in un solo paese mercato dando origine al Mercato Comune Europeo. In questo nuovo tipo di mercato a carattere internazionale  le merci quindi potevano essere prodotte, trasportate e vendute senza restrizioni come se si fosse trattato di un singolo paese e di un singolo mercato.

Quando fu fondato il mercato comune europeo il “free” market, o “libero” mercato non esisteva, non era mai esistito nella storia e nè nessuno sapeva che cosa fosse. Fu solo in conseguenza della “guerra fredda” contro il comunismo dell’Unione Sovietica che i paesi capitalisti e democratici occidentali, per distanziarsi dall’ideologia marxista e per aggiudicarsi una superiorità sul sistema sovietico, aggiunsero alla parola millenaria di mercato il”free” o “libero”. Ed allorchè nel 1989 il sistema comunista ed il marxismo e l’Unione Sovietica crollarono, l’idea di “free market” o “libero mercato” si consolidò, fu considerata l’idea uscita vittoriosa dal confronto con “il regno del male” sovietico e si venne a concretizzare in tutto il mondo con la globalizzazione.

Come successo con la visione del cosmo quando l’eliocentrismo gettò nelle ortiche il geocentrismo, così l’Uomo moderno occidentale, prendendo fischi per fiaschi, come quando uno vince centinaia di milioni al superenalotto perdendo il senno dalla contentezza, si è abbandonato e dato ciecamente a praticare il “free market” o “libero mercato” gettando alle ortiche l’idea di mercato. La tanto maturata e giusta idea del mercato comune europeo saltò letteralmente in aria decretando forse l’inizio della fine per l’unione politica europea. Tutte le frontiere dei paesi del mondo si abbatterono e, in omaggio a questa parola di “free” e “libertà” si permise la libera circolazione delle merci e degli uomini in un unico mercato globale e planetario.

Abbattendo le frontiere e permettendo la libera circolazione delle merci senza prima unificare tutti i paesi del mondo in una sola nazione, o federazione di nazioni, planetaria, con un solo governo, una sola moneta, una sola legislazione, una sola cultura, una sola lingua, una sola religione, una sola giustizia, una sola costituzione ed un solo sistema politico o visione della vita, l’Uomo occidentale moderno in pratica ha decretato (inconsapevolmente???) il suo suicidio. La domanda che quì si pone e che sorge spontanea è come è possibile, come è possibile che quest’uomo moderno occidentale, istruitosi presso le università più prestigiose al mondo, sia capace di fare errori così macroscopici???

C’è una sola risposta. Il cattivo insegnamento. Un insegnamento dalla Ragione distorta venutasi a sviluppare nei secoli come descritto dall’inizio di questo blog di pensieri. Grazie a questa nuova libertà di circolazione delle merci su un pianeta però rimasto diviso in 194 diverse nazioni, un gran numero di centri di produzione ed intelligenze occudentali si è trasferito in molti paesi dai costi vicini allo zero dai quali poi esporta in tutto il mondo prodotti dai prezzi cosiddetti “competitivi” ma in realtà imbattibili e fuori da ogni idea di competizione. Così prestigiose università e prestigiosi centri di ricerca, sovvenzionati per lo più con soldi pubblici, cioè di cittadini che pagano le tasse, producono intelligenze che poi vanno a mettere in pratica il loro sapere nei paesi a costo zero per poi ridurre sul lastrico i cittadini ed il paese o paesi per mezzo dei quali essi si sono formati.

Insomma il “free”, o “libero”, aggiunto alla parola mercato ha prodotto effetti contrari a quelli che forse si prefiggeva.

11 – IL BLOG DELLA VITA

Posted in PUBBLICITA' with tags , on novembre 23, 2010 by beautiful41

Invece di leggervi un milione di libri inutili, leggetevi questo blog. In pochi minuti cambierete idea su voi stessi e sul mondo che vi circonda. Approfittatene e Buona Riflessione!!

10 – GIUSEPPE IN EGITTO

Posted in RELIGIONE, STORIA with tags , , , , , , , , , , on novembre 19, 2010 by beautiful41

Le mille e una notte. E’ dove il pensiero va leggendo la storia affascinante di Giuseppe, che, assieme ad altre fantastiche, ha dato forse origine nel tempo  anche alle favolose storie delle mille e una notte. Ed è una tristezza che questa storia, che fino a poco tempo fa era insegnata durante l’ora di religione a tutti gli studenti, ora non lo è più. Infatti qualche anno fa,  parlando con  un avvocato di circa 40 anni, mi sono accorto che non conosceva, nè aveva mai sentito menzionare, la storia biblica di Giuseppe in Egitto. Sono rimasto sbalordito ma poi ho capito che nell’abracadabra dei pregiudizi del pensiero moderno queste storie dell’antichità, per giunta bibliche, non hanno senso, sono inutili e dannose per i bambini o per gli studenti. Poichè non è così, vale la pena di raccontare questa storia che oltre che essere bella e farci sognare, è attualissima per i giorni che stiamo vivendo e per i messaggi di verità eterne in essa nascosti.

Giuseppe era il figlio prediletto di Giacobbe e fin da piccolo si dimostrò molto saggio e bravo nella interpretazione dei sogni. Ciò diede origine ad una invidia e gelosia da parte dei suoi altri 11 fratelli i quali per tale motivo decisero di sbarazzarsene vendendolo come schiavo ad una carovana di passaggio per 20 monete d’argento. Giunta in Egitto la carovana rivendette Giuseppe come schiavo a Potifar, capo delle guardie e consigliere del Faraone, che lo impiegò nelle faccende domestiche nelle quali Giuseppe si dimostrò persona leale, onesta e di fiducia per cui dopo qualche tempo fu promosso sovrintendente della casa di Potifar.

Giuseppe era giovane forte e bello ed attrasse l’attenzione della moglie di Potifar la quale lo invitò a fare l’amore con lei. Giuseppe rifiutò per non tradire la fiducia che Potifar gli aveva accordato ma la signora sentendosi offesa e rigettata decise di vendicarsi accusando Giuseppe, davanti al marito, di averla violentata per cui egli venne immediatamente imprigionato. Nella prigione Giuseppe incontrò il coppiere ed il panettiere del Faraone, imprigionati per avere offeso il loro Signore. Essi, dopo qualche tempo, fecero entrambi dei sogni premonitori che Giuseppe interpretò come la rimessa in libertà ed il ripristino del suo lavoro per il coppiere, e come la condanna all’impiccagione per il panettiere. E così fu perchè dopo tre giorni questi sogni divennero realtà.

Dopo un paio di anni il Faraone fece dei sogni premonitori. In uno di essi sognò che mentre era sulla sponda del Nilo vide salire dall’acqua sette vacche belle e grasse ed avviarsi per i campi circostanti mentre dal Nilo spuntarono altre sette vacche brutte e magre che andarono a divorare le sette vacche grasse. Ed in un altro sogno il Faraone vide, mentre era sulla sponda del Nilo, spuntare da uno stelo sette belle e piene spighe di grano seguite da sette spighe arse e vuote che inghiottirono le sette spighe piene. Turbato da tali sogni il Faraone al mattino chiamò gli indovini ed i saggi del palazzo affinchè fornissero una interpretazione ed una spiegazione di tali sogni, ma nessuno di essi riuscì a farlo. Fu allora che intervenne il coppiere reale il quale, ricordando quanto successe nella prigione un paio di anni prima, comunicò l’avvenimento al Faraone che, incuriosito, mandò a chiamare Giuseppe rimasto ancora nella prigione.

Giuseppe, sbarbatosi ed indossato abiti puliti, si presentò al cospetto del Faraone col suo spirito di sempre non indebolito dalle tante sofferenze. Dopo avere ascoltato il racconto dei sogni del Faraone Giuseppe disse che i due sogni manifestavano la volontà di Dio di voler avvertire il Faraone che ci sarebbero stati sette anni di abbondanza, rappresentati dalle sette vacche grasse e dalle sette spighe piene, seguiti da sette anni di carestia rappresentati dalle sette vacche magre e dalle sette spighe vuote. Durante la carestia, che sarebbe stata brutta, la gente avrebbe dimenticato gli anni di abbondanza per cui Giuseppe suggerì al Faraone di mettere una persona saggia a capo del paese d’Egitto affinchè raccogliesse un quinto del raccolto durante gli anni di abbondanza e lo conservasse da essere usato per la sopravvivenza durante gli anni di carestia.

Il Faraone fu colpito da tanta saggezza e dallo spirito del Divino che pervadeva quest’uomo e, con l’unanime accordo di tutti i suoi ministri, lo nominò Vicerè d’Egitto. Si tolse l’anello del comando dalla sua mano e lo infilò in un dito di Giuseppe, gli mise al collo un monile d’oro e lo rivestì con abiti di lino finissimo, designando lui come la giusta e saggia persona atta a governare il paese d’Egitto. Lo fece montare sul suo secondo carro e, assieme, lo presentò a tutto il paese d’Egitto ordinando che nessuno potesse ergersi contro la sua volontà.  E gli diede in moglie Asenet, la figlia di Potifera, grande scienziato dell’Università di On (l’attuale Eliopoli vicino alla odierna Cairo).

Giuseppe si mise all’opera e, da quell’uomo che era, governò con determinazione ed estrema saggezza su tutto l’Egitto, costruendo intorno ad ogni città degli enormi depositi ove ammassò un quinto del raccolto del grano ed altri prodotti durante gli anni di abbondanza. La sua opera rimase nella storia per l’eternità perchè quando arrivò la terrificante carestia non solo il popolo d’Egitto riuscì a sfamarsi ed a sopravvivere egregiamente ma anche i popoli dei paesi vicini che cercavano e trovarono in Egitto e nella saggezza e previdenza di Giuseppe la loro salvezza.

Questa è la parte più importante della storia di Giuseppe ma, anche se essa continua fino alla fine in modo glorioso, noi ci fermiamo quì per fare alcune considerazioni. E’ piuttosto rimarchevole che, dopo la scoperta della decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion, sia stato riscontrato che questa storia era già raccontata come una fiaba ai tempi delle prime dinastie egiziane antiche, quindi la sua origine si perde nella notte dei tempi. Millenni dopo essa fu fatta propria dai compilatori della Bibbia ed è significativo il consistente numero di pagine ad essa accordato, quasi a sottolineare la grande importanza che già gli originatori le davano. Ciò ci dà l’idea che questa storia, come tante altre, potrebbe essere una delle verità svelate all’Uomo da questi antichi fondatori della civiltà umana i quali, come noto ai lettori di “Il Mulino di Amleto”, usavano trasmettere dati scientifici e verità eterne, oltre che con i monumenti, attraverso leggende e miti.

Al di là delle metafore di carattere morale che ciascuno con la propria sensibilità può ricavare da questa storia, appare piuttosto chiaro il messaggio scientifico di natura economica trasmessoci dagli antichi e che noi, facendo i finti tonti, non vogliamo capire. I sette anni di abbondanza seguiti dai sette anni di carestia significano che il progresso avanza secondo uno sviluppo a carattere sinusoidale, con alti e bassi, anzichè  come una crescita infinita, come oggi ritenuto. La storia di Giuseppe inoltre ci dice che durante gli anni di abbondanza bisogna mettere da parte, o “risparmiare”, il necessario per far fronte ai brutti periodi, che sempre seguono l’abbondanza. La stessa storia ci dice inoltre che si può e ci si deve reggere sulle proprie gambe basandosi solo su quello che si ha, evitando debiti e finanziamenti che sono una semplice scommessa e causa di rovina.

Tutto ciò è esattamente il contrario di quello che si fa o si è fatto oggi nella società occidentale  ove, credendo che il domani sarà sempre migliore dell’oggi, per soddisfare l’oggi non si bada al domani caricandosi di debiti e finanziamenti e dove quasi nessuno intraprende una qualsiasi attività con soldi propri. Ma iniziare una attività con soldi non propri, o con “finanziamenti”, e caricando nazioni intere di debiti senza fine è solo una follia dell’uomo moderno. O, meglio, è una follia dell’uomo occidentale perchè in un’altra parte di mondo si segue la filosofia di Giuseppe, cioè la crescita è fondata e costruita solo sui soldi risparmiati. E questa forbice, tra una parte di mondo che vive sul debito e l’altra parte che vive sul risparmio, che si va allargando, potrebbe diventare estremamente pericolosa.  E’  il problema del governo o controllo degli opposti e dei contrari e la storia di Giuseppe ci mostra come ciò possa essere adempiuto con saggezza attraverso l’uso della Ragione fatta di parole, numeri e spiritualità.

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P.S. del 15 Dicembre 2012 – A conferma ed a parziale correzione di quanto sopra descritto vale la pena di aggiungere che la storia di Giuseppe non è una fiaba. E’ la storia vera di IMHOTEP, vicerè del faraone Zoser della  terza Dinastia. IMHOTEP fu definito da alcuni come il Leonardo da Vinci egizio. La sua storia fu copiata dagli ebrei della Bibbia dandogli il nome di Giuseppe.

9 – COMPETIZIONE

Posted in ECONOMIA E POLITICA, STORIA with tags , , , , , , , , , , , on novembre 16, 2010 by beautiful41

L’idea di competizione nacque, come tante altre concezioni e nozioni, nel Cosmo. Il Cosmo, nelle menti dei giganti dall’intelligenza geniale dell’antichità, era sorgente di vita e di sapienza e per questo motivo essi lo rispettavano, lo studiavano e lo veneravano, cercando di duplicarne i movimenti e gli avvenimenti sulla Terra secondo la concezione del “come sopra così sotto”. Erano quelli i tempi lontani e remoti quando questi nostri antichissimi antenati gettavano le basi della civiltà umana.

Osservando continuamente il cielo notturno essi si accorsero che fra le tante stelle che vi erano nel cielo ce n’erano alcune che cambiavano posizione di giorno in giorno, di mese in mese, di tempo in tempo. Erano quelle che all’osservazione sembravano delle stelle vaganti. Queste stelle “vaganti” sono quelli che noi oggi chiamiamo pianeti. Ed anche oggi ad un osservatore casuale che guardi il cielo notturno ad occhi nudi risulta impossibile distinguere tra stelle e pianeti, essendo la lucentezza di alcune stelle addirittura superiore a quella di alcuni pianeti.

Queste stelle vaganti proprio perchè vagavano furono chiamate “vagabondi”. I vagabondi di quei tempi, visibili ad occhio nudo, erano Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno i quali poi furono aggiunti al Sole ed alla Luna in modo che tutti, complessivamente, rappresentassero i soli astri del firmamento che si muovevano, vagando, sullo sfondo delle stelle fisse o “imperiture” ed “indistruttibili” come le chiamavano gli egiziani proprio perchè le vere stelle erano sempre ferme e fisse. E’ da questi sette corpi celesti che in seguito furono denominati i sette giorni della settimana.

Notando che questi vagabondi si muovevano tutti in una zona di cielo a cavallo dell’eclittica essi, questi nostri remoti antenati, ne definirono i confini e ne delimitarono l’area che andava da 7° a nord dell’eclittica fino a 7° a sud dell’eclittica. Nacque così la fascia zodiacale o lo zodiaco che esiste ancora oggi ed esisterà sempre. In questa nuova fascia celeste, un pò come su di una pista di “Formula Uno” dei giorni nostri, i “vagabondi” sembravano rincorrersi l’uno con l’altro nei loro movimenti cosmici per cui si assisteva a delle vere e proprie “corse” astrali. Fu così che, per imitare le corse astrali dei vagabondi del cielo, furono istituite sulla Terra le Olimpiadi o Giochi Olimpici le cui origini risalgono appunto a molto prima della Grecia Classica e si perdono nella notte dei tempi.

Inizialmente, proprio perchè era una imitazione di quello che succedeva nel Cosmo, ai Giochi Olimpici si effettuava una sola gara: la corsa degli uomini, proprio perchè gli uomini, che stavano “sotto”, erano una miniatura degli dei che stavano “sopra”. Ed affinchè i partecipanti alla corsa non fossero discriminati si stabilì sin dall’inizio che essi partissero da una linea di base comune e si istituì la nomina di un giudice di gara che aveva potere e facoltà di annullare la gara qualora la comune base di partenza non fosse stata rispettata. Questa fu l’origine della competizione e del suo significato .

L’essenza di questa idea è rimasta invariata attraverso i millenni. Nata come competizione solo di corse, poi ampliata per includere altri avvenimenti sportivi, quest’idea si è poi propagata ad altri settori delle attività umane ed in particolare, a partire dal XIX° e XX° secolo, è entrata con forza ed a pieno titolo nel mondo commerciale ed industriale. Questa competizione in settori non sportivi però fin dall’inizio è stata caratterizzata dalla mancanza di un giudice di gara. Tale mancanza, fino a circa gli anni 70 o 80 dello scorso secolo, non ha comportato grossi inconvenienti perchè queste competizioni si svolgevano all’interno di una nazione o fra nazioni dove essendo i sistemi di vita più o meno omogenei per tipo di cultura, religione, costumi sociali ed economie, i vari partecipanti o concorrenti alla competizione erano allineati implicitamente su una stessa base comune di partenza.

Con l’avvento degli anni 70 o 80 e fino ai giorni nostri, con lo spostamento dei centri produttivi nei più diversi angoli della Terra, questo concetto di competizione ha gradualmente perso, dopo il giudice di gara, il secondo più importante elemento che giustificava ed era all’origine della parola “competizione”, e cioè la partenza dei concorrenti da una base comune. Questo nuovo tipo di competizione è quella che viene anche chiamata concorrenza sleale. In omaggio ad una libertà senza senso dovuta ad una Ragione mancante e della razionalità dei numeri e della spiritualità, come già descritto, ognuno dei concorrenti parte da dove vuole o da dove può partire e come vuole partire. E’ come se in una gara di Formula Uno alcuni concorrenti partano già da metà gara, altri decidano di partire da pochi giri dalla fine, altri ancora partano con un motore da 6000 cc e da centomila cavalli di potenza, altri ancora con 3 ruote invece di 4, eccetera.

Ma questa non è più una competizione nel significato originale che abbiamo descritto ed il termine per descrivere questo tipo di competizione non è stato ancora inventato o coniato ma possiamo solo renderne l’idea usando altre parole dai significati che più potrebbero avvicinarvisi come rapina, arrembaggio, imbroglio, furto, eccetera ma, soprattutto, cecità nel lasciare ingovernabili gli eccessi degli opposti e dei contrari con tutti i rischi che ciò comporta e contro i quali l’Uomo moderno occidentale sta andando inconsapevolmente ed inesorabilmente ad infrangersi.