10 – GIUSEPPE IN EGITTO

Le mille e una notte. E’ dove il pensiero va leggendo la storia affascinante di Giuseppe, che, assieme ad altre fantastiche, ha dato forse origine nel tempo  anche alle favolose storie delle mille e una notte. Ed è una tristezza che questa storia, che fino a poco tempo fa era insegnata durante l’ora di religione a tutti gli studenti, ora non lo è più. Infatti qualche anno fa,  parlando con  un avvocato di circa 40 anni, mi sono accorto che non conosceva, nè aveva mai sentito menzionare, la storia biblica di Giuseppe in Egitto. Sono rimasto sbalordito ma poi ho capito che nell’abracadabra dei pregiudizi del pensiero moderno queste storie dell’antichità, per giunta bibliche, non hanno senso, sono inutili e dannose per i bambini o per gli studenti. Poichè non è così, vale la pena di raccontare questa storia che oltre che essere bella e farci sognare, è attualissima per i giorni che stiamo vivendo e per i messaggi di verità eterne in essa nascosti.

Giuseppe era il figlio prediletto di Giacobbe e fin da piccolo si dimostrò molto saggio e bravo nella interpretazione dei sogni. Ciò diede origine ad una invidia e gelosia da parte dei suoi altri 11 fratelli i quali per tale motivo decisero di sbarazzarsene vendendolo come schiavo ad una carovana di passaggio per 20 monete d’argento. Giunta in Egitto la carovana rivendette Giuseppe come schiavo a Potifar, capo delle guardie e consigliere del Faraone, che lo impiegò nelle faccende domestiche nelle quali Giuseppe si dimostrò persona leale, onesta e di fiducia per cui dopo qualche tempo fu promosso sovrintendente della casa di Potifar.

Giuseppe era giovane forte e bello ed attrasse l’attenzione della moglie di Potifar la quale lo invitò a fare l’amore con lei. Giuseppe rifiutò per non tradire la fiducia che Potifar gli aveva accordato ma la signora sentendosi offesa e rigettata decise di vendicarsi accusando Giuseppe, davanti al marito, di averla violentata per cui egli venne immediatamente imprigionato. Nella prigione Giuseppe incontrò il coppiere ed il panettiere del Faraone, imprigionati per avere offeso il loro Signore. Essi, dopo qualche tempo, fecero entrambi dei sogni premonitori che Giuseppe interpretò come la rimessa in libertà ed il ripristino del suo lavoro per il coppiere, e come la condanna all’impiccagione per il panettiere. E così fu perchè dopo tre giorni questi sogni divennero realtà.

Dopo un paio di anni il Faraone fece dei sogni premonitori. In uno di essi sognò che mentre era sulla sponda del Nilo vide salire dall’acqua sette vacche belle e grasse ed avviarsi per i campi circostanti mentre dal Nilo spuntarono altre sette vacche brutte e magre che andarono a divorare le sette vacche grasse. Ed in un altro sogno il Faraone vide, mentre era sulla sponda del Nilo, spuntare da uno stelo sette belle e piene spighe di grano seguite da sette spighe arse e vuote che inghiottirono le sette spighe piene. Turbato da tali sogni il Faraone al mattino chiamò gli indovini ed i saggi del palazzo affinchè fornissero una interpretazione ed una spiegazione di tali sogni, ma nessuno di essi riuscì a farlo. Fu allora che intervenne il coppiere reale il quale, ricordando quanto successe nella prigione un paio di anni prima, comunicò l’avvenimento al Faraone che, incuriosito, mandò a chiamare Giuseppe rimasto ancora nella prigione.

Giuseppe, sbarbatosi ed indossato abiti puliti, si presentò al cospetto del Faraone col suo spirito di sempre non indebolito dalle tante sofferenze. Dopo avere ascoltato il racconto dei sogni del Faraone Giuseppe disse che i due sogni manifestavano la volontà di Dio di voler avvertire il Faraone che ci sarebbero stati sette anni di abbondanza, rappresentati dalle sette vacche grasse e dalle sette spighe piene, seguiti da sette anni di carestia rappresentati dalle sette vacche magre e dalle sette spighe vuote. Durante la carestia, che sarebbe stata brutta, la gente avrebbe dimenticato gli anni di abbondanza per cui Giuseppe suggerì al Faraone di mettere una persona saggia a capo del paese d’Egitto affinchè raccogliesse un quinto del raccolto durante gli anni di abbondanza e lo conservasse da essere usato per la sopravvivenza durante gli anni di carestia.

Il Faraone fu colpito da tanta saggezza e dallo spirito del Divino che pervadeva quest’uomo e, con l’unanime accordo di tutti i suoi ministri, lo nominò Vicerè d’Egitto. Si tolse l’anello del comando dalla sua mano e lo infilò in un dito di Giuseppe, gli mise al collo un monile d’oro e lo rivestì con abiti di lino finissimo, designando lui come la giusta e saggia persona atta a governare il paese d’Egitto. Lo fece montare sul suo secondo carro e, assieme, lo presentò a tutto il paese d’Egitto ordinando che nessuno potesse ergersi contro la sua volontà.  E gli diede in moglie Asenet, la figlia di Potifera, grande scienziato dell’Università di On (l’attuale Eliopoli vicino alla odierna Cairo).

Giuseppe si mise all’opera e, da quell’uomo che era, governò con determinazione ed estrema saggezza su tutto l’Egitto, costruendo intorno ad ogni città degli enormi depositi ove ammassò un quinto del raccolto del grano ed altri prodotti durante gli anni di abbondanza. La sua opera rimase nella storia per l’eternità perchè quando arrivò la terrificante carestia non solo il popolo d’Egitto riuscì a sfamarsi ed a sopravvivere egregiamente ma anche i popoli dei paesi vicini che cercavano e trovarono in Egitto e nella saggezza e previdenza di Giuseppe la loro salvezza.

Questa è la parte più importante della storia di Giuseppe ma, anche se essa continua fino alla fine in modo glorioso, noi ci fermiamo quì per fare alcune considerazioni. E’ piuttosto rimarchevole che, dopo la scoperta della decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion, sia stato riscontrato che questa storia era già raccontata come una fiaba ai tempi delle prime dinastie egiziane antiche, quindi la sua origine si perde nella notte dei tempi. Millenni dopo essa fu fatta propria dai compilatori della Bibbia ed è significativo il consistente numero di pagine ad essa accordato, quasi a sottolineare la grande importanza che già gli originatori le davano. Ciò ci dà l’idea che questa storia, come tante altre, potrebbe essere una delle verità svelate all’Uomo da questi antichi fondatori della civiltà umana i quali, come noto ai lettori di “Il Mulino di Amleto”, usavano trasmettere dati scientifici e verità eterne, oltre che con i monumenti, attraverso leggende e miti.

Al di là delle metafore di carattere morale che ciascuno con la propria sensibilità può ricavare da questa storia, appare piuttosto chiaro il messaggio scientifico di natura economica trasmessoci dagli antichi e che noi, facendo i finti tonti, non vogliamo capire. I sette anni di abbondanza seguiti dai sette anni di carestia significano che il progresso avanza secondo uno sviluppo a carattere sinusoidale, con alti e bassi, anzichè  come una crescita infinita, come oggi ritenuto. La storia di Giuseppe inoltre ci dice che durante gli anni di abbondanza bisogna mettere da parte, o “risparmiare”, il necessario per far fronte ai brutti periodi, che sempre seguono l’abbondanza. La stessa storia ci dice inoltre che si può e ci si deve reggere sulle proprie gambe basandosi solo su quello che si ha, evitando debiti e finanziamenti che sono una semplice scommessa e causa di rovina.

Tutto ciò è esattamente il contrario di quello che si fa o si è fatto oggi nella società occidentale  ove, credendo che il domani sarà sempre migliore dell’oggi, per soddisfare l’oggi non si bada al domani caricandosi di debiti e finanziamenti e dove quasi nessuno intraprende una qualsiasi attività con soldi propri. Ma iniziare una attività con soldi non propri, o con “finanziamenti”, e caricando nazioni intere di debiti senza fine è solo una follia dell’uomo moderno. O, meglio, è una follia dell’uomo occidentale perchè in un’altra parte di mondo si segue la filosofia di Giuseppe, cioè la crescita è fondata e costruita solo sui soldi risparmiati. E questa forbice, tra una parte di mondo che vive sul debito e l’altra parte che vive sul risparmio, che si va allargando, potrebbe diventare estremamente pericolosa.  E’  il problema del governo o controllo degli opposti e dei contrari e la storia di Giuseppe ci mostra come ciò possa essere adempiuto con saggezza attraverso l’uso della Ragione fatta di parole, numeri e spiritualità.

…….

P.S. del 15 Dicembre 2012 – A conferma ed a parziale correzione di quanto sopra descritto vale la pena di aggiungere che la storia di Giuseppe non è una fiaba. E’ la storia vera di IMHOTEP, vicerè del faraone Zoser della  terza Dinastia. IMHOTEP fu definito da alcuni come il Leonardo da Vinci egizio. La sua storia fu copiata dagli ebrei della Bibbia dandogli il nome di Giuseppe.

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5 Risposte to “10 – GIUSEPPE IN EGITTO”

  1. DrawingSam89 Says:

    queste storie come quella di Giuseppe nel vocabolario comune sono “miti e leggende” come se fossero favole, racconti campati in aria. e invece tutt’altro! questa storia custodisce concetti immortali!il guaio come dici tu sta sempre nel fatto che si è completamente perso il numero; ma il numero vero, quello concreto impregnato di logica, non quello astratto e campato veramente in aria, farragginoso e ormai lontano dalla logica anni luce che usano questi grandi innovanori in materia di economia del pensiero contemporaneo. la logica è immediata e semplice, è logica come dice lo stesso termine. le formule con cui ogni giorno da + di 100 anni ormai questi economisti elaborano nuovi modi per fregarci sono inutili e farragginosi calcoli arrampicati sugli specchi! l’economia invece dovrebbe essere semplice e immediata da comprendersi perchè riguarda l’umanità tutta! basterebbe non fare il passo + lungo della gamba (filosofia opposta a quella di finanziamenti e rateizzazioni) e RISPARMIARE! la favola della cicala e la formica ce la fanno imparare in prima elementare e ce la fanno dimenticare non appena siamo abbastanza grandi da impugnare un portafoglio da soli! e poi non vogliamo ammettere di vivere in una società ipocrita?!……

    • Col fatto che “”la favola della cicala e la formica ce la fanno imparare in prima elementare e ce la fanno dimenticare non appena siamo abbastanza grandi da impugnare un portafoglio”” hai centrato un concetto importantissimo. Gli economisti se si fossero fermati alla prima elementare non avrebbero prodotto gli immensi danni sul pianeta intero che abbiamo avuto e che stiamo avendo con la crisi economica in corso.

      Questo testimonia la distorsione del pensiero moderno occidentale che cerco di illustrare coi miei articoli. Grazie del commento||

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