20 – STORIE DI COMUNISMO

1968. Strada per Lvov, o Leopoli. Ingresso nell’Unione Sovietica. Prima sbarra abbassata. Stop per una prima ispezione visiva da lontano. Esame superato, la sbarra si alza e procedo con l’auto attraverso la mitica cortina di ferro verso un secondo stop cento metri più avanti ad una seconda sbarra abbassata. Esame visivo ravvicinato ed indagatore da parte di soldati armati. Qualche minuto di attesa prima che anche la seconda sbarra si alzi. Procedo con l’auto al centro di un piazzale ove troneggia un ufficiale dell’armata rossa, alto, vestito impeccabilmente con pantaloni, giacca e camicia freschi lavati e stirati, stivali neri lucidissimi e tirati a specchio, il quale, con fare altero, serio, cortese e deciso, saluta ordinando di procedere con l’auto su un ponte in muratura costruito appositamente al centro del piazzale.

Mentre l’auto sul ponte veniva passata al setaccio con un fil di ferro in tutti i buchi e anfratti, io venivo passato al setaccio nel “bureau” con i controlli dei miei dati personali, controlli abbastanza normali perchè loro già sapevano tutto di me dato che a quei tempi l’ingresso nell’Unione Sovietica era subordinato ad una richiesta di visto rilasciato da una agenzia di viaggio di Roma denominata “Intourist” i cui impiegati e impiegate, queste ultime belle e super, erano il fiore dell'”Intellighenzia” cerebrale del KGB. Era uno spettacolo il solo vederli operare. Erano allenati a leggere nei pensieri dell’interlocutore e ad inquadrare rapidamente  la personalità dell’interessato, cosa che poi fu copiata dagli agenti della CIA in America e su cui è stato girato un film dove, solo per dare un’idea dato che la realtà era molto più potente ed affascinante, si vede l’apertura per 30 secondi di un frigorifero pieno, dopodichè il frigorifero viene chiuso e l’aspirante agente deve dire tutto il contenuto senza errori.

Dopo aver smontato tutti i sedili, anteriori e posteriori, dell’auto, una fiammante Fiat 124, e non aver riscontrato nulla di anormale, fui finalmente autorizzato alla prosecuzione del mio viaggio non senza prima però avermi sequestrato, perchè potevano dare adito a “propaganda capitalista”, tutte le copie di giornali e riviste italiani di quei tempo, quali Corriere della Sera – Epoca – Europeo – e altri, che erano sul cruscotto posteriore. Destinazione Mosca, leggendaria capitale e sogno mai concretizzato di tanti conquistatori, via Lvov, Kiev, Poltava e Kursk.

Le strade erano percorse pressocchè solo da camion, tanti camion, per lo più trasportanti truppe dell’esercito, oltre a saltuari autobus passeggeri di linea, impolverati e gremiti di folla. Occasionalmente passava una motocicletta della polizia stradale. I turisti potevano viaggiare solo di giorno e non potevano superare 500 chilometri al giorno. Dopo i Carpazi si apriva l’immensa pianura sovietica a volte solo leggermente ondulata per cui le strade erano sempre dritte, senza curve,  Questo faceva sì che l’avvicinamento di un’autovettura poteva essere notato a molti chilometri di distanza.

Mi capitava così spesso di notare in lontananza una o più figure di persone con entrambe le braccia alzate che mi facevano segno di fermarmi. Erano forse contadini, in tre o in quattro, che cercavano un passaggio da una località ad un’altra, forniti sempre di ortaggi e frutta principalmente composta di mele, tante mele. Naturalmente prendevo sempre tutti e ciò, pur senza conoscere la lingua, costituiva un diversivo di un viaggio altrimenti monotono. E mi è sempre piaciuta l’idea di incontrare gente diversa e lontana, parlante una lingua sconosciuta, per scoprire l’umanità che ci accomuna tutti. Ma non conoscevo a quei tempi che in tutti i paesi comunisti vigeva una legge fondamentale che vietava a tutti i cittadini ogni rapporto con gli stranieri, rapporti che potevano essere intrattenuti solo da personale specializzato, in pratica polizia o agenti del KGB.

Succedeva così che tutte le volta che venivamo notati dalla polizia stradale l’autovettura veniva fermata ed i passeggeri fatti scendere immediatamente con fare più che imperioso nella totale palese sottomissione dei poveri malcapitati che però sempre dimostravano la loro grande umanità lasciandomi tante mele come ricompensa per il disturbo. Finchè a furia di dare passaggi il portabagali quasi si riempì di mele. Belle mele.

A Mosca mi capitarono un paio di piccoli avvenimenti significativi. Il primo avvenimento accadde in un piccolo ufficio postale dove mi recai per comprare dei francobolli per cartoline. C’era una lunga fila che si prolungava per la strada, che era la normalità per tutti i negozi e pubblici esercizi adibiti a comuni cittadini. Pertanto mi accodai in attesa del mio turno quando si materializzò la presenza di un ufficiale dell’armata rossa. Era sempre uno spettacolo vedere questi ufficiali. Sembravano i figli degli dei. Camicia, giacca e pantalone lavati e stirati di fresco ed alla perfezione. Stivali neri lucidissimi e tirati a specchio più del solito. Cappello a visiera con gradi dallo slancio cosmico. Consapevole della sua importanza e superiorità costui, con noncurante naturalezza e con incedere altero e cadenzato, guardando tutti dall’alto verso il basso, saltò tutta la fila andando direttamente al banco ove fu immediatamente sbrigato prima di andarsene.

Mormorai qualche parola di critica con i miei vicini di fila al che essi, accortisi che ero straniero, subito passarono la voce per tutta la fila fino all’impiegata del banco che mi fece cenno, a mia volta, di saltare la coda, e con l’approvazione di tutta la fila. Si consolidava in me l’impressione della grande umanità di questo magnifico popolo ma cominciavo a capire che avevo a che fare con due tipi diversi di popolazione, e cioè una minoranza privilegiata ed al comando su una maggioranza sacrificata al loro servizio.

Il secondo avvenimento accadde in un grande ufficio cambio-valute ove, all’avvicinarmi al banco, fui malamente apostrofato con tono di dispregio e viso sprezzante dall’impuegata con un “Siete ungherese???”. L’impiegata era convinta che io fossi ungherese ma quando io, sorpreso da tale atteggiamento, risposi in modo risentito e altrettanto sprezzante “No, sono italiano” all’improvviso il tono e l’atteggiamento cambiarono dalla notte al giorno diventardo cortesi, gentili ed ammirevoli. Capii che dovevano essere tempi duri per i cittadini dei paesi cosiddetti satelliti. E d’altronde proprio in quel periodo era in corso l’invasione della Cecoslovacchia.

Sappiamo come è finita. Quando una minoranza del 10 o 20 per cento della popolazione detiene tutte le ricchezze ed i privilegi mentre il rimanente 90 o 80 per cento della popolazione detiene le briciole, ciò, assieme all’assenza di spiritualità ed assieme alla schiavitù dovuta ad assenza di libertà, fa sì che qualsiasi sistema sociale alla lunga non può tenere e collassa o si schianta da solo.

L’occidente, uscito “vittorioso” dalla guerra fredda con il comunismo, vivendo nell’illusione di superiorità dovuta ad un distorto pensiero culturale come cercato di illustrare fin dall’inizio di questo blog, non si è accorto forse che i parametri che hanno portato al collasso del comunismo sono gli stessi che ora rischiano di far crollare il sistema democratico occidentale. Oltre alla enorme differenza fra i pochi ricchi e privilegiati ed i tantissimi ridotti alle briciole, anche in occidente è maturata l’assenza della spiritualità ed anche in occidente è maturata la schiavitù.  Perchè la schiavitù, diceva qualcuno che se ne intendeva, non è dovuta solo ad assenza di libertà ma è anche il frutto della troppa libertà.

La salvezza quindi stà nella giustizia, amore e spiritualità, armonia, misura e libertà. Cose estremamente difficili da realizzare ma sono le sole condizioni per evitare il collasso e per uno sviluppo duraturo, assieme all’abbandono dei tanti pregiudizi contemporanei e provenienti dal passato, come cercato di esporre in questo blog.

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