71 – SEPPELLIMENTO IN MARE

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In mare una volta si seppellivano solo i morti. Oggi, con la “modernità”, vi si seppelliscono anche i vivi. Vediamo di descrivere lo svolgersi di queste opposte dipartite cominciando dal seppellimento in mare dei morti.

Fino al 1970 i viaggi delle persone fra un continente ed un altro venivano espletati pressocchè esclusivamente a mezzo dei “Transatlantici” che erano delle grandi navi che collegavano tutte le principali località del mondo su una base di periodicità conosciuta, con un servizio, quindi, di “linee regolari”. Nonostante la grande potenza e velocità dei transatlantici i viaggi erano a volte molto lunghi, fino ad un mese, per esempio, fra l’Inghilterra e l’Australia o la Nuova Zelanda.

Durante questi lunghi viaggi capitava che qualcuno morisse, nonostante la presenza a bordo di due ufficiali medici, infermiere ed ospedale, per lo più per cause legate al cuore ed alla vecchiaia. Al rifiuto dei familiari del deceduto di accollarsi le spese del rimpatrio della salma via aerea dal susseguente scalo della nave, si procedeva pertanto al seppellimento in mare.

A mezzanotte e qualche minuto due marinai trasportavano il corpo del deceduto, già infilato in un solido e spesso sacco di juta, dall’ospedale al ponte scoperto più basso della nave, che normalmente è all’estrema poppa. Il sacco veniva appesantito da pesanti pezzi di ferro e ghisa e quindi chiuso. Il sacco veniva adagiato su una tavola rettangolare avvolta nella bandiera nazionale della nave e il tutto veniva coperto quindi da una seconda bandiera della nazionalità del deceduto. La tavola poggiava con una estremità sul “capodibanda”, il parapetto, del lato di sottovento, mentre l’altra estremità era sospesa e resa orizzontale dal sostegno delle braccia dei due marinai.

Alla stessa ora conveniva lo staff della nave al completo, in uniformi impeccabili, composto da comandante, direttore di macchina, capo commissario, primo medico, cappellano, ufficiale di plancia smontante, per un ultimo saluto al deceduto. La cerimonia si svolgeva rapidamente ed avveniva nella massima compostezza ed in un silenzio totale rotto solo dai cenni del capo del comandante nell’ordinare al cappellano il via alla preghiera che normalmente era breve e del tipo:

Accogli, o Signore, l’anima fedele del nostro fratello,

perchè,  lasciato questo mondo, viva in te;

nella tua clemenza cancella i peccati che ha commesso

e concedigli il perdono e la pace.

Per Cristo nostro Signore.

Terminata l’orazione, ad un secondo cenno del comandante, l’ufficiale di plancia telefonava sul ponte di comando ordinando “Timone venti a dritta!!”, se il sottovento era la dritta. La nave iniziava ad evoluire nella notte dell’oceano creando dal lato dell’accostata una ampia fascia di superficie del mare liscia e tranquilla, evitando anche la possibilità che un corpo affondato potesse finire nel rullo delle eliche. Era l’ultima forma di ossequio, rispetto e saluto per una vita che se ne andava.

Ad un ultimo cenno del capo del comandante i due marinai sollevavano l’estremità della tavola nelle loro mani lasciando scivolare dolcemente in mare il sacco di juta fra le due bandiere. Il deceduto era andato. Con una seconda telefonata in plancia con l’ordine di terminare l’evoluzione e rientrare in rotta si concludeva la cerimonia di seppellimento in mare, mentre l’orchestra dai saloni dei ponti superiori sembrava che volesse accompagnare con la sua musica soffusa, assieme ai tanti violini del sibilio del vento, ad insaputa dei passeggeri, il canto di gloria dell’oceano per il viaggio di un’anima nella dimensione dell’eternità.

 

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