Archivio per Radiotelegrafista

74 – IL GATTO SULL’OCEANO

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Il gatto era uno straordinario gatto-leone, uno spettacolo ed una meraviglia della natura. Grosso, forte, attento e sospettoso. Il grande faccione ed il pelo fulvo e rossiccio incolto e scarmigliato, a raggiera, conseguente ad una esistenza selvaggia, faceva pensare all’apparizione di un essere extraterrestre. Gli occhi grandi e color verde smeraldo, inquisitivi e diretti, di una sua consapevole regalità superiore e sprezzante appartenente ai dominatori del Creato, trasmettevano il suo pensiero e la sua storia.

Il gatto era il signore delle terre emerse e degli oceani del mondo. Già da tempo aveva deciso di visitare tutti i continenti alla ricerca forse di una anima gemella che potesse essere all’altezza delle sue non comuni caratteristiche di dominatore. Con tale disegno esistenziale nella propria testa aveva scoperto che le navi mercantili si prestavano alla perfezione per il raggiungimento di quest’obiettivo. Il gatto pertanto divenne marinaio ed imparò ben presto a conoscere i vari tipi di navi.

Egli imparò a distinguere i leviatani del mare dalle navi più piccole, le navi più popolate da quelle apparentemente deserte, le grandi petroliere dalle navi da carico generale. Spinto dalla sua naturale diffidenza per il proprio simile e consapevole della pericolosità del diventare schiavo dell’uomo che lo avrebbe “civilizzato” annullando la sua indipendenza, egli sceglieva con cura le navi che andavano in lontani continenti dove si poteva più facilmente nascondere e condurre la sua vita di selvaggio ma padrone di sè stesso, attento solo alla sua sopravvivenza.

Fu così che un giorno il gatto decise di imbarcarsi su un leviatano del mare. Il leviatano, con minerale di ferro e carbone dagli Stati Uniti e dal Brasule andava in Giappone da dove proseguiva per l’Australia ove caricava carbone per le acciaierie dell’Inghilterra. Questo leviatano era una nave cosiddetta “ore and oil” cioè si adattava al trasporto di minerale, carbone, altri carichi alla rinfusa e petrolio, a seconda delle circostanze. Il suo scafo cioè conteneva chilometri e chilometri di tante tubazioni, in coperta e sul fondo, che offrivano infiniti nascondigli ove il gatto poteva rimanere tranquillo ed indisturbato nella sua scelta di vita.

Non si riuscì mai a capire dove il gatto avesse timbrato il suo cartellino d’imbarco ma doveva essere stato o il Giappone o l’Australia, visto anche il suo comportamento, per così dire, poco “europeo”.

Il primo ad accorgersi che c’era una presenza extra a bordo fu il cuoco quando si accorse che le fettine di carne, che lui lasciava in cucina per la notte ad uso facoltativo degli stomaci del personale smontante dai servizi di guardia notturni, avevano invece trovato altri sconosciuti consumatori. Finchè un giorno il gatto fu avvistato fra un meandro ed un altro delle tubazioni del leviatano in tutta la sua avvenenza, maestosità e audacia.

Il gatto pian piano iniziò a monopolizzare l’attenzione delle anime a bordo che cercarono invano di stabilire una pur minima forma di amicizia o di relazione. Egli rimaneva sempre nascosto e usciva solo la notte per cibarsi delle prelibatezze che il cuoco ora gli lasciava generosamente in un piatto in coperta, fuori della cucina. Raramente usciva per una passeggiata diurna in coperta, ma scappava appena incontrava un essere umano sulla sua strada. Fu durante questi fugaci incontri che le anime a bordo realizzarono lo splendore di questo fantastico ed inconsueto felino.

Mentre il leviatano solcava gli oceani verso la sua destinazione, la presenza del gatto a bordo iniziò a suscitare l’attenzione e la preoccupazione del capitano perchè il Paese dove si era diretti non permetteva l’ingresso di animali, cani o gatti, e gli inglesi erano particolarmente ligi a questa loro regola di immigrazione intesa a preservare la flora e la fauna naturale ed incontaminata della loro isola. Qualsiasi eccezione a questa regola doveva essere soggetta a quarantena. Il problema che il capitano non riusciva a risolvere era quindi quello di tenere sotto custodia il gatto in modo che all’arrivo egli fosse stato in grado di dichiarare e mostrare il gatto alle autorità sanitarie. Ma come si faceva a mostrare qualcosa che era nascosto chissà dove fra i chilometri di tubazioni???

Ed il capitano non amava rischiare presentandosi senza dir niente perchè se malauguratamente durante la sosta in porto qualcuno avesse notato il gatto non dichiarato a bordo egli, il capitano, avrebbe potuto incontrare serie difficoltà con le autorità sanitarie che sono le più importanti per essere la prima autorità a dare il permesso di accesso al Paese. Inoltre il marconista, o radiotelegrafista, del leviatano del mare era un inglese di cittadinanza inglese e chi poteva giurare che non avrebbe riportato comunque la presenza del gatto alle dette autorità???

Dopo notti insonni alla ricerca della soluzione di questo rebus che gli girava per la testa, il capitano si convinse che era necessario approntare un piano d’azione per catturare il gatto e tenerlo sotto custodia vigilata al fine di poterlo mostrare quando necessario. Il capitano chiamò il carpentiere, gli spiegò il problema e gli commissionò la costruzione di una gabbia speciale. Il carpentiere si mise all’opera e dopo qualche giorno completò quanto richiestogli.

La gabbia era di forma cubica, gli spigoli di circa un metro e mezzo, dall’intelaiatura di legno e le facciate composte di robusta rete metallica. Una delle facciate della gabbia era scorrevole, si poteva alzare ed abbassare per permettere il libero ingresso nella stessa gabbia. La gabbia fu posizionata al centro della boccaporta poppiera, proprio sotto e davanti al ponte di comando una decina di metri più in alto. Una cordicella, o sagola, prolungantesi dalla plancia, era legata alla porta della gabbia per mantenerla sollevata ed aperta, mentre il piatto con le prelibatezze del cuoco fu spostato dentro la gabbia.

Per qualche giorno il gatto, forse sospettando che qualcosa non andava per il verso giusto, non si fece vivo. Poi un giorno, verso l’alba, il marinaio di vedetta intravide il gatto che, furtivo, si dirigeva verso il piatto dentro la gabbia. Mollò la sagola, la porta scivolò per chiudersi ma non tanto velocemente da impedire la fuoriuscita del gatto che, dopo essere rimasto per alcuni momenti incastrato sotto il battente, si divincolò con la sua grande forza ritornando nel suo nascondiglio. L’attesa ricominciò ed a tre giorni dall’arrivo il gatto ritormò e questa volta si lasciò intrappolare nella gabbia.

Non si saprà mai cosa passò nelle menti del gatto e del capitano ma fatto è che il gatto, con quest’ultimo avvenimento, risolse tutti i problemi del capitano e questi, forse in segno di riconoscenza ed intravvedendo quali fossero le reali intenzioni e programmi del gatto, dopo la partenza dall’Inghilterra, con il leviatano diretto verso terra americana, lo liberò dalla gabbia lasciandolo alla sua preferita vita selvaggia e solitaria.

All’arrivo in terra americana, mentre il leviatano si avvicinava lentamente al pontile, le anime a bordo all’improvviso videro il gatto sul “capodibanda” pronto a saltare. Ad alcuni metri dal pontile il gatto scattò in un salto prodigioso e, una volta atterrato, si lanciò in una corsa sfrenata fino a perdita d’occhio. Forse sapeva di aver ritrovato la sua terra originale dove c’era la sua Pocahontas che l’attendeva da sempre per sempre.

41 – UN CLANDESTINO VERO

Posted in ATTUALITA', EVOLUZIONE, STORIA, TESTIMONIANZE, TUTTE LE CATEGORIE with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on maggio 12, 2011 by beautiful41

Nacala. Mozambico. Una splendida baia dalle acque azzurrine e profonde accessibile dal più grande golfo di Fernao Veloso. Appena la nave, proveniente da Dar Es Salaam e Mombasa, oltrepassò lo stretto oltre il quale si apriva la baia di Nacala, il capitano comunicò al personale sulla prua di prepararsi per la manovra di ormeggio “appennellando” l’ancora di dritta. “Appennellare” l’ancora è un termine di gergo marinaresco entrato nella consuetudine, significando far fuoriuscire l’ancora dalla sua normale posizione di massima rientranza nell'”occhio di cubia”, abbassandola di alcuni metri sulla superficie del mare, in modo che da tale posizione si ha una maggiore certezza che l’ancora scenderà velocemente in mare quando si sarà arrivati sul “punto di fonda”.

L’ancora è connessa all’estremità di una catena lunga per lo più 12 “lunghezze” ove ciascuna “lunghezza” è di 27 metri. La totale lunghezza della catena quindi è di circa 324 metri. Questa catena dell’ancora è alloggiata sottocoperta in un apposito deposito che da essa prende il nome di “pozzo delle catene”. La catena quindi scorre attraverso la “cubia” vera e propria che è il foro in coperta sovrastante il “pozzo delle catene”, prima di passare poi per “l’occhio di cubia”, verso l’esterno- La “cubia è un foro circolare il cui diametro è commisurato al calibro o grandezza di ciascuna maglia di catena ma notevolmente maggiorato per permettere uno scorrimento senza impedimenti della catena.

“TOC”…”TOC”…”TOC”… Dalla plancia si iniziarono a sentire i normali rumori dei battiti che le singole maglie di catena facevano urtando contro la “cubia” mentre lentamente si procedeva ad “appennellare” l’ancora pochi metri più giù sulla superficie del mare. Pochi istanti dopo, dalla radiolina portatile nelle mani del capitano, la voce concitata del primo ufficiale sulla prua annunciava: “PONTE, PONTE, E’ SBUCATO UN CLANDESTINO DALLA CUBIA, CHIEDIAMO ISTRUZIONI!!” Incredibile!!

Il clandestino che si materializzò all’improvviso davanti agli occhi stupefatti del personale sulla prua, come un angelo o un fantasma o un extraterrestre, era estremamente magro, molto alto e vestito della sua sola pelle del colore del bronzo. La sua estrema magrezza gli aveva permesso l’incredibile impresa di calarsi nel pozzo delle catene attraverso il pochissimo spazio della cubia pur già occupato dalla catena, fuoriuscendone quando allarmato dalla catena che iniziava a salire. Il fatto di “appennellare” l’ancora lentamente, prima di dare fondo allorchè la catena scorre velocemente, gli aveva risparmiato la vita!!

Il capitano aveva poco tempo per decidere. Fra minuti la nave sarebbe stata ormeggiata e tutte le sutorità di polizia, dogana, portuali e sanitarie sarebbero state a bordo per il normale controllo di frontiera prima di dare il loro nulla osta alla libertà per la nave ed il suo equipaggio di operare. Nell’attesa di decidere egli fece però rinchiudere in una cabina vuota il clandestino informando l’equipaggio di mantenere la massima segretezza per questa scoperta dell’ultimo momento, comunicando al cuoco di rifocillare il clandestino adeguatamente.

Quando arriva in una nazione straniera il capitano di una nave è tenuto a dichiarare le anime e cose a bordo, incluso eventuali clandestini. Una volta però che il capitano dichiara la presenza del clandestino egli si espone ad una serie di responsabilità da cui non può più sottrarsi, e queste includono anche l’impossibilità di poter favorire l’ingresso del clandestino in una qualsiasi nazione dato che tutte le nazioni rifiutano i clandestini, specie se sprovvisti di documenti. Non solo, perchè se il clandestino dovesse scappare il capitano ne risponde in proprio con pene civili e penali.

Il capitano era un uomo dalla mentalità antica e semplice e la sua mente era allenata da una vita a stare sempre dalla parte della legalità perchè solo così egli poteva mantenere il suo ascendente sull’equipaggio che istintivamente rispetta sempre il suo comandante quando sa che egli è “pulito”, giusto e competente. Lo sviluppo degli avvenimenti che seguirono gli confermò questa sua fede nei detti principi. Nonostante ciò, però, il capitano, quasi a manifestare di volersi riservare per lui stesso l’ultima parola di volta in volta, amava mostrare ai visitatori una targhetta di bronzo affissa nel suo studio ove c’era scritto “THE OPINIONS EXPRESSED BY THE CAPTAIN OF THIS VESSEL ARE NOT NECESSARILY THOSE OF THE MANAGEMENT”.

L’ufficiale addetto ad espletare le formalità burocretiche con le autorità nei vari porti era l’ufficiale radiotelegrafista, figura ora scomparsa perchè sostituita dalle comunicazioni digitali computerizzate via satellite. “CAPITANO, CHE DOBBIAMO FARE, LO DICHIARIAMO O NON LO DICHIARIAMO??”. Il capitano però era un pò lento nel decidere. “DICHIARIAMOLO, MARCONI (così erano chiamati in gergo gli ufficiali radiotelegrafisti, o marconisti), MEGLIO ESSERE SEMPRE DALLA PARTE DELLA LEGALITA’ E FARE LE COSE IN CHIARO”. Mentre il Marconi prepara le carte in conseguenza di questa decisione, TUM…. TUM…. TUM…. TUM…., già si odono dal corridoio del ponte sottostante i passi delle autorità che sono salite a bordo e stanno sopraggiungendo nell’ufficio cosiddetto delle “conferenze” o “conference room”.

Come folgorato da una improvvisa nuova idea proveniente dall’anima, o forse dal cuore, o dalla mente, o da un’altra entità sconosciuta, il capitano, pochi secondi prima di trovarsi di fronte alle autorità e dar loro il benvenuto a bordo, all’improvviso annuncia. “MARCONI, CAMBIAMO TUTTO, NON LO DICHIARIAMO!!”. Il Marconi fece scomparire i fogli relativi e già pronti sul tavolo. Il capitano finalmente aveva tracciato la sua rotta e conosceva il suo, e non di altri, programma.

La nave era prevista operare continuamente, giorno e notte. Doveva scaricare una locomotiva proveniente dalla Germania e doveva caricare prodotti locali e del Malawi come fibre di sisal, noci di anacardio, tè, zucchero e cotone. Molti portuali erano a bordo per effettuare tali operazioni. Il piano del capitano era quello di far “scappare” il clandestino nottetempo. Prima di ciò e durante la giornata il clandestino fu però messo a nuovo, oltre che con abbondanza di cibo, con la fornitura di mutande, scarpe, calzini, pantaloni, camicia, maglioncino, giacca a vento con cappuccio, dato che si stava nella stagione delle piogge, un ombrello, un pò di viveri da viaggio e, con una colletta spontanea di tutto l’equipaggio, un gruzzoletto di dollari americani ed altre valute.

All’una di notte l’ufficiale di turno, ad un segnale del capitano, invitò tutti i portuali a prendere caffè e panini passando per il lato sinistro della nave mentre lui, il capitano, assieme al clandestino, passavano sull’altro lato diretti alla scala reale che conduceva a terra, verso la pioggia, la notte e la libertà. Si salutarono. Mentre il clandestino scendeva la scala con una tranquilla sicurezza e l’andatura nobile tipica degli africani, il capitano non potè fare a meno di notare come quest’uomo, coi suoi pantaloni scuri e un pò corti a causa dell’altezza del possessore, la mantellina rosso lucente, sembrasse un duca di Edimburgo, uomo e signore della Terra vagante nell’ignoto del Cosmo infinito. Buona fortuna, Uomo!!!