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93 – COSTA CONCORDIA – RAZZISMO E PREGIUDIZI

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Costa Concordia – Razzismo e Pregiudizi

Ryan di San Francisco, rivolgendosi ad un suo amico marinaio mercantile che ha passato una vita lavorativa sul mare, su tante navi di varie bandiere e vari tipi e su tutti gli oceani e molti mari del mondo, gli ha chiesto ripetutamente una opinione sul recente disastro della nave Costa Concordia, dato che nel leggere ed ascoltare le notizie locali non è riuscito a capire la dinamica e le responsabilità di quest’avvenimento tutto apparentemente concentrato, a suo dire, su un comandante Schettino incapace e incompetente, sulla parola “cazzo” esternata da un certo De Falco dell’Autorità Marittima Italiana, e sulle mutandine e reggiseni di una ballerina moldava trovati, sembra, nella cabina del comandante Schettino con il quale la moldava avrebbe intrattenuto una relazione.

Il marinaio, pur con tanta esperienza di navi e di mare, non ha potuto esaudire le richieste di Ryan perchè lui stesso, il marinaio, da spettatore televisivo come tutti i terrestri, è rimasto incastrato fra uno Schettino incompetente, le mutandine e reggiseni della ballerina moldava e la parola “cazzo” del Di Falco, senza potersi fare una logica e chiara idea di quello che era veramente successo. Fino a ieri, quando, per solo pochi secondi e per errore, i media hanno mostrato un video testimoniante l’accaduto nella parte più importante della nave, il ponte di comando, subito dopo l’impatto del Costa Concordia con lo scoglio o gli scogli. Avendo visto solo pochi secondi di tale video il marinaio ha cominciato a vederci un pò più chiaro al punto da poter tentare una spiegazione ed una opinione dell’accaduto e destinata al suo amico Ryan di San Francisco.

Il naufragio del Costa Concordia è stata la conseguenza di una cattiva valutazione del rischio del passare troppo vicino alla costa del Giglio. Questo problema della valutazione del rischio, “Risk Assessment” in inglese, è un problema che non sarà mai risolto perchè dipende dalla più intima natura dell’uomo, notoriamente non perfetto, ed è all’origine di buona parte o di moltissimi disastri della storia, oltre che sul mare, anche sulla terraferma. La valutazione del rischio abbraccia una vasta gamma di diversi tipi di rischi.

Fu per cattiva valutazione del rischio che il Titanic affondò nel non valutare le conseguenze dell’arresto dei propulsoti (vedi art. 82). Fu per cattiva valutazione del rischio che l’Andrea Doria affondò (art. 82) per non fare un giro tondo, per evitare la collisione, quando poteva farlo ed allorchè le intenzioni dell’altra nave nella nebbia non erano chiare. E la stessa cosa si potrebbe dire per lo Stocholm. Fu per cattiva valutazione del rischio che la “Herald of Free Enterprise” si inabissò appena fuori del porto di Zeebruge causando circa 170 morti per essere partita col portellone prodiero aperto valutando erroneamente che fosse chiuso.

Fu per cattiva valutazione del rischio che la “Estonia” diretta a Stockholm affondò trascinando con sè circa 900 persone nel Baltico per non aver valutato l’arresto della nave alla “cappa” anzichè procedere a tutta forza contro i colpi di maglio terrificanti delle onde tempestose e contrarie che divelsero il portellone prodiero causando l’immediato inabissamento. E si potrebbe continuare. In Nord Europa questi disastri avvengono abbastanza spesso, dato l’enorme volume di traffico, ma non si scatena la caccia alle streghe come fatto dal giornalismo italiano con Schettino e la Costa Concordia.

In altre parti del mondo che “non contano” spesso traghetti e navi si inabissano provocando centinaia di morti e che la stampa ufficiale italiana ignora totalmente. Forse perchè non ci sono notizie di mutandine e reggiseni ai quali essi, i giornalisti italiani, sembrano unicamente interessati.

E potremmo continuare con i disastri aerei moltissimi dei quali, se non quasi tutti, sono causati da una cattiva valutazione del rischio da parte del pilota. Sulla terraferma questa cattiva valutazione del rischio potrebbe essere estesa ai treni quando, senza rallentare, attraversano le stazioni e gli scambi a folle velocità, e fin quando và, và, ma quando non va potrebbe succedere come già avvenuto a Viareggio.

Ciò detto, nel caso del Costa Concordia, la responsabilità della cattiva valutazione del rischio è del comandante Schettino che non vi si potrà mai sottrarre ma che, in sè, non è nè più nè meno di altre cattive valutazioni di rischio inerenti a tanti altri disastri. Questo articolo pertanto non è una difesa del comandante Schettino ma il tentativo di una disamina spassionata degli avvenimenti che sono sembrati emergere.

Una volta avvenuto l’impatto con lo scoglio o gli scogli la nave, il suo comandante ed ufficiali sono entrati istantaneamente in una nuova e seconda fase della tragedia, forse la più difficile e la più importante, dal cui esito è dipesa la vita o la morte di tutte le persone a bordo. In questa nuova fase bisognava venire a capo di due interrogativi nel più breve tempo possibile prima di decidere se abbandonare la nave oppure no. Bisognava valutare i danni sofferti e bisognava valutare se la nave sarebbe affondata o meno. E, nel caso si fosse raggiunta la certezza che la nave era destinata ad affondare, bisognava condurla su una secca o un basso fondale, se nelle vicinanze e se possibile, per evitare il suo inabissamento e, nel caso del Concordia, la perdita di centinaia o migliaia di vite umane.

Questa seconda fase da circa una quindicina d’anni e per normativa internazionale deve essere effettuata secondo quanto prescritto da un corso, obbligatorio per comandanti ed ufficiali, denominato “Bridge Team Management” il cui intento o obiettivo è quello di padroneggiare tutte le emergenze che di volta in volta si possono presentare, in maniera collegiale, con la partecipazione cioè di tutti gli ufficiali, ciascuno addetto ad un compito più o meno diverso, ove il comandante ha un compito di coordinatore generale e facente da tramite, con le comunicazioni o telefonicamente, con un secondo team di emergenza, istituito sempre per normativa internazionale, a terra nella sede della società di appartenenza della nave affinchè fra i due “team” o gruppi, a bordo ed a terra, si possa risolvere l’emergenza.

Andato pertanto è il tempo del capitano indipendente e tuttofare noto dalle tante storie di mare e, pur continuando ad essere il supremo responsabile della spedizione, egli,  con la caduta del muro di Berlino, è entrato in una nuova dimensione. Questa nuova dimensione è conseguita alla commercializzazione ed usi civili del GPS, fino ad allora arma segreta militare degli Stati Uniti, ed all’enorme sviluppo della tecnologia delle comunicazioni e satellitari che hanno consentito la costruzione di ponti di comando, delle grandi navi in special modo, che sembrano più che altro delle sale operative di centrali nucleari o della NASA, tanta è la loro complessità e vastità.

Nei momenti cruciali una sola persona che controlli ed interpreti questa vasta strumentazione è impensabile su questi moderni ponti di comando, motivo per cui molte persone sono presenti sul ponte per adempiere le varie necessità, incluso le ballerine-interpreti che devono tradurre nelle varie lingue le direttive del comandante. Durante i citati corsi di “Bridge Team Management” ed altri similari viene quasi ossessivamente ripetuto che durante le emergenze bisogna essere calmi e pacati, senza urlare.

Quanto precede per meglio illustrare che quanto testimoniato dal video pubblicato ieri 11 febbraui sui giornali nazionali è il successo della seconda più difficile fase del disastro. Mentre il comandante Schettino era in contatto con il team di emergenza di terra, in una calma quasi perfetta, il suo team di bordo è riuscito, in quei convulsi e drammatici momenti, ad appurare l’entità dei danni sofferti e, riscontrando che la nave si sarebbe inabissata, è riuscito anche nella disperata impresa di portare la nave su un basso fondale per evitarne l’affondamento, evitando la quasi certa morte di migliaia di persone invece di 17 (più parte o tutti i dispersi). E che sia passata circa una ora prima di poter così dare l’abbandono della nave è il minimo che ci si può aspettare in una tale difficile situazione. Ed una volta terminata la seconda fase con successo non aveva più senso rimanere sul ponte di un relitto adagiato sul fondo, impotente.

Ma la parte di video che mostra il successo e la buona riuscita della seconda fase del disastro è stata poi tagliata e tutti i telegiornali hanno mostrato solo la parte staccata dal contesto del comandante Schettino che dice “Va buò”.

La tragedia del Costa Concordia sembra pertanto voler raccontare la sua vera storia dalla quale emerge:

1 – la cattiva valutazione del rischio da parte del comandante Schettino nel passare troppo vicino all’isola.

2 – Il successo delle operazioni dopo l’impatto con lo scoglio, del quale ne va dato merito alla Costa ed al comandante Schettino ed al suo “team”.

3 – Una sola persona, il sig.De Falco della capitaneria di Livorno, ha perso la calma e la dignità con le parole concitate e volgari profferte, più che altro per pregiudizi e invidia che i militari, avvezzi ai loro cacaracci costieri,  hanno verso gli ufficiali mercantili, signori dei mari e degli oceani e delle navi più grandi del mondo.

4 – Il linciaggio mediatico totale, senza tregua, con bugie, ignoranza e cattiveria, del comandante Schettino da parte del giornalismo italiano, della carta stampata e delle televisioni, senza motivo che possa ciò supportare, si può spiegare solo con il razzismo verso i meridionali essendo il comandante Schettino proveniente dalla provincia di Napoli.

Il bello ed il cattivo tempo che questi criminali della penna e della parola fanno a danno del Paese comincia ad essere pari o superiore a quello delle criminalità organizzate e sarebbe arrivato il momento di metterne in prigione 20 o 30 di essi, proprio come stanno facendo in questi giorni in Inghilterra dove molti giornalisti facenti parte dell’esecutivo del già condannato Murdoch, oltre a quelli della prima ondata imprigionati alcuni mesi fa, stanno già dietro le sbarre per corruzione, spionaggio, intrusione nelle privacy e fatti degli altri, intercettazioni illegali, costruzione di false notizie e “scoop” infamanti, destabilizzazione della nazione. Gli “scoop”, specialmente se basati su mutandine e reggiseni di ballerine, fanno soldi, tanti soldi che i media pagano per ottenere gli ascolti, vendere pubblicità e “dirigere” o “guidare” l’opinione pubblica dove vuole il padrone, o meglio, dove vogliono i criminali della libertà di stampa.